catepol 2.0 - Stream of bloggers' consciousness RSS

Il memetracker artigianale fatto a manella di una multitasking girl in a multitasking (web) world. Vuoi sapere di che si (s)parla in blogosfera? Chiedilo a @catepol.

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Catepol's stream of consciousness in serendipity, scatti dalla blogosfera e non solo.





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    Jul
    18th
    Fri
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    La mia su BB e la libertà di espressione io la dico senza peli sulla lingua in diretta nazionale http://ping.fm/dJmSL
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    Quanti flame terremoteranno la Blogosfera? Quanti psicodrammi? Quante contestazioni? Quante risse? Ma soprattutto: quanto ci metterà, stavolta, il Boss dei boss™ per spappolarsi i maroni e chiudere la baracca? Buio in sala: ricomincia lo spettacolo…
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    Sono passati un po’ di mesi, ma non è cambiato nulla, la rilevanza resta immisurabile, i link poco sognificativi, da domani ripartiranno le polemiche.
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    Ma non è un problema, sono contento: è tornata BlogBabel e posso tornare a leggere qualcosa di interessante al mattino, vedere chi mi linka, seguire le discussioni. In questi quattro mesi ho sofferto un po’. E intanto c’è già la prima polemica, fra Enrica e MarcoCC, e anche il primo ban.
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    DOmattina la penalizzazione sparisce quando viene rigenerata la classifica.
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    Jul
    17th
    Thu
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    L’avatar può attrarre e repellere, può liberare la fantasia e può disorientare. L’avatar può sedersi al posto del docente reale e può svolgere una lezione, una conferenza, può discutere una tesi. L’avatar forse è meno emotivo di me, più freddo e distaccato, può rappresentare ciò che di me stessa voglio dare ai partecipanti di un corso (per esempio). L’avatar può indossare l’abito di un insegnante impacciato e ironico (penso a una specie di Mr. Bean che avvicina bambini e bambine allo studio dell’inglese). Io sono il mio avatar e questo, in fin dei conti, non smette mai di rappresentare me. Sono io che lo vesto, che lo piloto e ancora è con la mia voce che parla.
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    Domattina vedremo chi tra Blogbabel, Memesphere e Wikio sarà il più preciso nel fotografare la blogosfera italiana. Quattro secondi dopo, nella suddetta, scatteranno le prime ansie da prestazioni.
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    Le furbate
    Va bene, conoscete l’inglese benissimo, all’aeroporto vi chiedono se siete madrelingua, in azienda vi fanno fare le presentazioni per i clienti stranieri, a casa avete Telepiù fisso sulla versione in lingua originale. E siccome la cosa vi lusinga, anche perché, diciamoci la verità, in Italia siete una mosca bianca .… vi mettete a fare i furbi. Usando, nei testi che scrivete, una quantità di modi di dire, giochi di parole, slang e via dicendo. Questa è una cosa pericolosissima. Per due motivi principali. * Il primo motivo è lo studente di Kuala Lumpur. Il quale conosce l’inglese ma forse non tanto da capire lo slang. E dopo aver brancolato nel buio per un paio di righe del vostro testo, deciderà verosimilmente di abbandonarlo, perché sta perdendo tempo. E il tempo, su Internet, è denaro. * Il secondo motivo è che non esiste un unico inglese. I paesi in cui si parla inglese sono tanti, troppi perché la lingua mantenga una integrità nei modi di dire. Il che significa che se avete vissuto tre anni in Texas sarete abituati ad usare delle espressioni che probabilmente in Sud Africa non esistono. E se parlate perfettamente l’inglese britannico è probabile che gli utenti yankee siano infastiditi dall’uso di certe forme tipiche dei sudditi di sua maestà, ed è ancora più probabile che non le capiscano affatto. È più o meno come se mettessimo online un testo in italiano pieno di slang romanesco o milanese. Il resto d’Italia non capirebbe nulla.
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    Ovvio che uno deve ricordarsi che sono siti che rispondono alla domanda “di cosa parlano i blogger di un certo tipo oggi”…

    …Come classifica lascia un po’ il tempo che trova. Se uno tiene sempre in mente che in fondo è una classifica dei “blog iscritti più citati dagli altri blog iscritti” può essere utile e divertente. Da lì a scatenare psicodrammi ce ne corre…

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    Si alza dalla sua postazione, dove tiene d’occhio l’andamento delle conversazioni. Il Pc emette brevi suoni soffocati, il monitor è in continuo refresh. Su quello schermo passa ogni cosa. Le frasi monche di Twitter, le prese in giro di Friendfeed, gli status messages di GTalk e di Facebook.
    Ogni post, ogni bookmark condiviso, ogni video, ogni poke. Non deve sfuggire nulla. Di tanto in tanto prova a scrivere qualcosa, per dar corpo alla sua nuova identità digitale. Un commento, una preferenza. Ma nessuno lo considera. Nessuno lo ha mai considerato. Come quando…
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    Il GRP, tradotto nel mondo del web sociale, diventa “le mie cose rimangono impresse solo se le vedrete ciascuno tante volte” moltiplicato per “devo passare nel campo visivo del 90% dei blogger”.
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    pochissimi internauti sono milioni, moltissimi bloggers maniaci delle classifice sono decine forse centinaia.
    ma chi si accontenta gode…
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